domenica 26 giugno 2016

Italo Svevo, «L'ultima sigaretta»

Dal capitolo 3, intitolato «Il fumo», del romanzo di Italo Svevo «La coscienza di Zeno», pubblicato nel 1923 a Bologna.


La lettura comincia al minuto 07:59


Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette.... che non sono le ultime.

Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato: «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studi di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!».

Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benchè ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.

Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge. Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio.

M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perchè è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione.

Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che significano oggi quei propositi Come quell'igienista vecchio, descritto dal Goldoni vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?

Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perchè le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perchè essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sè stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perchè accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.

Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore.

Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre. Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio: «Nono giorno del nono mese del 1899». Significativa nevvero? Il secolo nuovo m’apportò delle date ben altrimenti musicali: «Primo giorno del primo mese del 1901». Ancora oggi mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita.

Ma nel calendario non mancano le date e con un po’ d’immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento. Ricordo, perchè mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico, la seguente: «Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24». Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.

L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perchè ogni singola cifra nega la precedente. Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito. Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversarii lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!

Per diminuire l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: «mai più» Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna.

sabato 25 giugno 2016

Antonio Tabucchi, «Sostiene Pereira», cap. XXIV

Il capitolo XXIV del romanzo di Antonio Tabucchi, «Sostiene Pereira», del 1994.


Sostiene Pereira che erano tre uomini vestiti con abiti civili e che erano armati di pistole. Il primo che entrò era un magrolino basso con dei baffetti e un pizzo castano. Polizia politica, disse  il  magrolino  basso  con  l'aria di quello che comandava, dobbiamo perquisire l'appartamento, cerchiamo una persona. Mi faccia vedere il suo tesserino di riconoscimento, si oppose Pereira. Il magrolino basso si rivolse ai suoi due compagni, due tangheri vestiti di scuro, e disse: ehi, ragazzi, avete sentito, che ve ne pare? Uno dei due puntò la pistola contro la bocca di Pereira e sussurrò: ti basta questa come riconoscimento, grassone? Via ragazzi, disse il magrolino basso, non mi trattate così il dottor Pereira, lui è un bravo giornalista, scrive su un giornale di tutto rispetto, magari un po' troppo cattolico, non lo nego, ma allineato sulle buone posizioni. E poi continuò: senta dottor Pereira, non ci faccia perdere tempo, non siamo venuti per fare quattro chiacchiere, e perdere tempo non è il nostro forte, e poi sappiamo che lei non c'entra, lei è una brava persona, semplicemente non ha capito con chi aveva a che fare, lei ha dato fiducia a un tipo sospetto, ma io non voglio metterla nei guai, ci lasci solo fare il nostro lavoro. Io dirigo la pagina culturale del Lisboa, disse Pereira, voglio parlare con qualcuno, voglio telefonare al mio direttore, lui lo sa che siete a casa mia? Via, dottor Pereira, rispose il magrolino basso con voce melliflua, le pare che se facciamo un'azione di polizia avvisiamo prima il suo direttore, ma che discorsi fa? Ma voi non siete la polizia,  si  ostinò  Pereira,  non  vi siete  qualificati,  siete  in  borghese, non avete nessun permesso per entrare in casa mia. Il magrolino basso si rivolse di nuovo ai due tangheri con un sorrisetto e disse: il padrone di casa è ostinato, ragazzi, chissà cosa bisogna fare per convincerlo.  L'uomo che  teneva  la pistola  puntata  contro Pereira gli  dette  un poderoso manrovescio e Pereira barcollò. Dai, Fonseca, non fare così, disse il magrolino basso, non devi maltrattare il dottor Pereira, altrimenti me lo spaventi troppo, lui è un uomo fragile, nonostante la mole, si interessa di cultura, è un intellettuale, il dottor Pereira deve essere convinto con le buone, altrimenti si piscia sotto. Il tanghero che si chiamava Fonseca mollò un  altro manrovescio  a Pereira  e  Pereira  barcollò di nuovo, sostiene. Fonseca,  disse sorridendo il magrolino basso, tu sei troppo manesco, io devo tenerti a bada altrimenti mi rovini il lavoro. Poi si rivolse a Pereira e gli disse: dottor Pereira, come le ho detto non ce l'abbiamo con lei, siamo solo venuti a dare una piccola lezione a un giovanotto che sta in casa sua, una persona che ha bisogno di una piccola lezione perché non conosce quali sono i valori della patria, li ha smarriti, poveretto, e noi siamo venuti per farglieli ritrovare. Pereira si strofinò la guancia e mormorò: qui non c'è nessuno. Il magrolino basso si dette un'occhiata intorno e disse: senta, dottor Pereira, ci faciliti il compito, al giovanotto ospite suo noi dobbiamo solo chiedere delle cose, gli faremo solo un piccolo interrogatorio e faremo in modo che recuperi i valori patriottici, non vogliamo fare di più, siamo venuti per questo. E allora mi faccia telefonare alla polizia, insistette Pereira, che vengano loro e che lo portino in questura, è lì che si fanno gli interrogatori, non in un appartamento. Via, dottor Pereira, disse il magrolino basso con il suo sorrisetto, lei non è affatto comprensivo, il suo appartamento è l'ideale per un interrogatorio privato come il nostro, la sua portiera non c'è; i suoi vicini sono andati a Oporto, la serata è tranquilla e questo palazzo è una delizia, è più discreto di un ufficio di polizia.
Poi fece un cenno al tanghero che aveva chiamato Fonseca e costui spinse Pereira fino in sala  da  pranzo.  Gli  uomini  guardarono intorno  ma  non  videro  nessuno,  solo  la tavola apparecchiata con i resti del cibo. Una cenetta intima, dottor Pereira, disse il magrolino basso, vedo che avete fatto una cenetta intima con le candele e tutto, ma che romantico. Pereira non rispose. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso con l'aria melliflua, lei è vedovo e donne non ne frequenta, come vede so tutto di lei, non è che le piacciono i ragazzi giovani, per caso? Pereira si passò di nuovo la mano sulla guancia e disse: lei è una persona infame, e tutto questo è infame. Via, dottor Pereira, continuò il magrolino basso, ma l'uomo è uomo, lo sa bene anche lei, e se un uomo trova un bei giovanotto biondo con un bel culetto la cosa è comprensibile. E poi, con tono duro e deciso, riprese: dobbiamo metterle a soqquadro la casa o preferisce venire a patti? È di là, rispose Pereira, nello studio o in camera da letto. Il magrolino basso dette degli ordini ai due tangheri. Fonseca, disse, non avere la mano troppo pesante, non voglio problemi, ci basta dargli una lezioncina e sapere quello che vogliamo sapere, e tu, Lima, comportati bene, so che hai portato il manganello e che lo tieni sotto la camicia, ma ricordati che sulla testa non voglio colpi, semmai sulle spalle e sui polmoni, che fanno più  male  e  non  lasciano  tracce.  D'accordo comandante, risposero i due tangheri. Entrarono nello studio e richiusero la porta dietro di loro. Bene, disse il magrolino basso, bene, dottor Pereira, facciamo due chiacchiere mentre i due assistenti fanno il loro lavoro. Io voglio telefonare alla polizia, ripetè Pereira. La polizia, sorrise il magrolino basso, ma la polizia sono io, dottor Pereira, o per lo meno ne sto facendo le veci, perché anche la nostra polizia la notte dorme, sa, la nostra è una polizia che ci protegge tutto il santo giorno, ma la sera va a dormire perché è esausta, con tutti i malfattori che ci sono in giro, con tutte le persone come il suo ospite che hanno perso il senso della patria, ma mi dica, dottor Pereira, perché si è messo in questo pasticcio? Non mi sono messo in nessun pasticcio, rispose Pereira, ho solo assunto un praticante per il Lisboa. Certo, dottor Pereira, certo, disse il magrolino basso, ma lei però doveva prendere prima informazioni, doveva consultare la polizia o il suo direttore, dare le generalità del suo presunto praticante, permette che prenda una ciliegia sotto spirito?
Pereira sostiene che a quel punto si alzò dalla seggiola. Si era messo a sedere perché sentiva il cuore in gola, ma a quel punto si alzò e disse: ho sentito delle grida, voglio andare a vedere cosa succede in camera mia. Il magrolino basso gli puntò la pistola. Al suo posto non lo farei, dottor Pereira, disse, i miei uomini stanno facendo un lavoro delicato e per lei sarebbe sgradevole assistere, lei è un uomo sensibile, dottor Pereira, è un intellettuale, e poi soffre  di  cuore,  certi spettacoli  non  le  fanno  bene.  Voglio telefonare  al  mio  direttore, insistette Pereira, mi lasci telefonare al mio direttore. Il magrolino basso fece un sorriso ironico. Il suo direttore adesso sta dormendo, replicò, magari sta dormendo abbracciato a una bella donna, sa, il suo direttore è un uomo vero, dottor Pereira, un uomo con i coglioni, non è come lei che cerca i culetti dei giovanotti biondi. Pereira si sporse in avanti e gli dette uno schiaffo. Il magrolino basso, di scatto, lo colpì con la pistola e Pereira cominciò a sanguinare dalla bocca. Questo non doveva farlo, dottor Pereira, disse l'uomo, mi hanno detto di aver rispetto per lei, ma tutto ha un limite, se lei è un imbecille che riceve sovversivi in casa non è colpa mia, io potrei piantarle una pallottola in gola e lo farei anche volentieri, non lo faccio solo perché mi hanno detto di usarle rispetto, ma non abusi, dottor Pereira, non abusi, perché potrei perdere la pazienza.
Pereira sostiene che a quel punto udì un altro grido soffocato e che si lanciò contro la porta dello studio. Ma il magrolino basso lo fronteggiò e gli dette una spinta. La spinta fu più forte della mole di Pereira, e Pereira indietreggiò. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso, non mi costringa a usare la pistola, avrei una bella voglia di ficcarle una pallotto la in gola o magari nel cuore, che è il suo punto debole, ma non lo faccio perché qui non vogliamo morti, siamo venuti solo per dare una lezione di patriottismo, e anche a lei un po' di patriottismo farebbe bene, visto che sul suo giornale non pubblica altro che scrittori francesi. Pereira si mise di nuovo a sedere, sostiene, e disse: gli scrittori francesi sono gli unici che hanno del coraggio in un momento come questo. Lasci che le dica che gli scrittori francesi sono delle merde, disse il magrolino basso, andrebbero tutti messi al muro e dopo morti pisciarci sopra. Lei è una persona volgare, disse Pereira. Volgare ma patriottica, rispose l'uomo, non sono come lei, dottor Pereira, che cerca complicità negli scrittori francesi.
In quel momento i due tangheri aprirono la porta. Sembravano nervosi e avevano un'aria affannata. Il giovanotto non voleva parlare, dissero, gli abbiamo dato una lezione, abbiamo usato le maniere forti, forse è meglio filarcela. Avete fatto dei disastri?, chiese il magrolino basso. Non lo so, rispose quello che si chiamava Fonseca, credo che sia meglio andar via. E si precipitò alla porta seguito dal suo compagno. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso, lei non ci ha mai visti in casa sua, non faccia il furbo, lasci perdere le sue amicizie, tenga presente che questa è stata una visita di cortesia, perché la prossima volta potremmo venire per lei. Pereira chiuse la porta a chiave e li sentì discendere le scale, sostiene. Poi si precipitò in camera da letto e trovò Monteiro Rossi riverso sul tappeto. Pereira gli dette uno schiaffetto e disse: Monteiro Rossi, si faccia forza, è passato tutto. Ma Monteiro Rossi non dette alcun segno di vita. Allora Pereira andò in bagno, inzuppò un asciugamano e glielo passò sul volto. Monteiro Rossi, ripetè, è tutto finito, sono andati via, si svegli. Solo in quel momento si accorse che l'asciugamano era tutto bagnato di sangue e vide che i capelli di Monteiro Rossi erano pieni di sangue. Monteiro Rossi aveva gli occhi spalancati e guardava il soffitto. Pereira gli dette un altro schiaffetto, ma Monteiro Rossi non si mosse. Allora Pereira gli prese il polso, ma nelle vene di Monteiro Rossi la vita non scorreva più. Gli chiuse quegli occhi chiari spalancati e gli coprì il volto con l'asciugamano. Poi gli distese le gambe, per non lasciarlo così rattrappito, gli distese le gambe come devono essere distese le gambe di un morto. E pensò che doveva fare presto, molto presto, ormai non c'era più tanto tempo, sostiene Pereira.


martedì 7 giugno 2016

Ιταλική Ιστορία και Πολιτισμός 2 (66ΙΤΑ009)

Τα κυριότερα ζητήματα της Ιστορίας και του Πολιτισμού της Ιταλίας, από τις αρχές του 16ου αιώνα μέχρι και την ίδρυση του Ιταλικού Κράτους (1861), σε βιντεομαθήματα σχολικού επιπέδου από την ιταλική εγκυκλοπαιδεία Treccani (βλ. εδώ κι εδώ) και το εκπαιδευτικό πρόγραμμα BIGnomi της δημόσιας ιταλικής τηλεόρασης Rai (βλ. εδώ κι εδώ).

Οι ξενικές κυριαρχίες στην Ιταλία κατά τη διάρκεια του 16ου αιώνα (Γάλλοι και Ισπανοί αντίπαλοι σε πόλεμο, ο Κάρολος Ε΄ και η πολιορκία της Ρώμης το 1527). Το έργο «La Storia d'Italia» του Francesco_Guicciardini.

Μεταρρύθμιση-Αντιμεταρρύθμιση (αίτια κρίσης της Εκκλησίας, Λούθηρος, Καλβίνος, Ιταλοί οπαδοί της Μεταρρύθμισης, Σύνοδος του Τρέντο: μέτρα καταστολής των δογματικών παρεκκλίσεων & αίρεση και καταστολή στον δυτικό Μεσαίωνα, συνέπειες για την κοινωνική ζωή και την πολιτιστική ανάπτυξη στην ιταλική χερσόνησο). Gli intellettuali e la diffusione della cultura nell'epoca della Controriforma: parte 1 & parte 2; Paolo Sarpi.

Η Ισπανία του Φιλίππου Β΄. Η Ισπανική κυριαρχία στην Ιταλία (διοικητική οργάνωση, κοινωνική, οικονομική και πολιτιστική κατάσταση). La rivolta di Masanielo.

Η επιστημονική επανάσταση στην Ευρώπη: επιστήμες και πολιτισμός στην Ιταλία, 16ος-18ος αι. («Νέα Φιλοσοφία» και «Νέα Επιστήμη», ηλιοκεντρισμός-εμπειρική μέθοδος, Μπρούνο, Καμπανέλλα, Γαλιλαίος, οι αντιδράσεις της Εκκλησίας, κουλτούρα και εκπαίδευση: πανεπιστήμια και Ακαδημίες, ιατρική, μαθηματικά, νέες πολιτικές θεωρίες).

Η διαμόρφωση στοιχείων εθνικής ταυτότητας (γεωγραφικό και φυλετικό περιεχόμενο των όρων Ιταλία και Ιταλός, γλώσσα, λογοτεχνία και τέχνη, η εικόνα των Ιταλών στο εξωτερικό). Le riforme in Spagna e in Italia.

Διαφωτισμός και Μεταρρυθμίσεις (το κοινωνικό και οικονομικό υπόβαθρο, νέες πολιτικές, κοινωνικές και οικονομικές θεωρίες, o Διαφωτισμός στην Ιταλία: Βέρρι, Μπεκκαρία, Φιλαντζέρι, Τζενοβέζι κ.ά., μεταρρυθμίσεις και φωτισμένη απολυταρχία [Federico II]: Λομβαρδία, Βασίλειο της Νάπολης, Δουκάτο  της Τοσκάνης, Πιεμόντε κτλ.), L'Encyclopédie.

Γαλλική Επανάσταση, Ναπολέων Βοναπάρτης και Ναπολεόντειοι Πόλεμοι στην Ιταλία (η Γαλλική Επανάσταση, προϋποθέσεις και επιτεύγματα της Γαλλικής Επανάστασης, η γαλλική κατάκτηση της Ιταλίας: διοικητική διαίρεση, εσωτερική αναδιοργάνωση, επιδράσεις της γαλλικής κυριαρχίας). Gli intellettuali e la diffusione della cultura tra Sette e Ottocento.

Παλινόρθωση (1815-1830). Τα πρώτα κινήματα του αγώνα για την ιταλική ενοποίηση, 1820-21 και 1831 (το συνέδριο της Βιέννης (1814-1815) και οι μεταβολές στον πολιτικό χάρτη της Ευρώπης: η Ιταλία, οι Καρμπονάροι και τα κινήματα του 1820-21, οι φιλελεύθερες επαναστάσεις του 1831).

Ματσίνι και Τζομπέρτι, Οι μεταρρυθμίσεις του 1846-47 και οι επαναστάσεις του 1848-49 (τα ιδεολογικά ερείσματα του αγώνα για την ιταλική ανεξαρτησία: Ματσίνι και Τζόβινε Ιτάλια, Τζομπέρτι κ.ά.).Το Risorgimento. Η δεκαετία της προετοιμασίας 1849-1859, ΚαβούρΟι πόλεμοι της ανεξαρτησίας και η ιταλική ενοποίηση [η ανάπτυξη του ιταλικού φιλελευθερισμού και η παραχώρηση συνταγμάτων, επαναστάσεις στην Λομβαρδία και το Βένετο, ο πρώτος πόλεμος για την ανεξαρτησία της Ιταλίας (1848-1849), Βιττόριο Εμανουέλε Β΄ και κόμης του Καβούρ: εσωτερική και εξωτερική πολιτική των Σαβόια, ο δεύτερος πόλεμος για την ιταλική ανεξαρτησία (1859), ο Γκαριμπάλντι, "ήρωας των δύο κόσμων", και η εκστρατεία των Χιλίων (1860), η ενοποίηση και η ανακήρυξη του Ιταλικού Κράτους (1861)]. Ο τρίτος πόλεμος για την ιταλική ανεξαρτησία (1866). Η questione meridionale (1861-1866), η questione romana και η κατάληψη της Ρώμης (1870).

domenica 5 giugno 2016

Il gemito dei poveri / Ὁ στεναγμὸς τῶν πενήτων

Dal prologo del nuovo libro di Stavros Zoumboulakis [in greco], dedicato alla figura e all'opera di Alèxandros Papadiamantis.


Il mondo dei poveri è il mondo [di Papadiamantis]. I poveri e gli sventurati, i deboli e fragili uomini. Egli sa dare ascolto al loro gemito. Codesto gemito nei suoi racconti non rimane inconsolato.

Ὁ κόσμος τῶν πενήτων εἶναι ὁ κόσμος [τοῦ Παπαδιαμάντη]. Οἱ φτωχοὶ καὶ κατατρεγμένοι, οἱ ἀδύναμοι καὶ εὐάλωτοι ἄνθρωποι. Ξέρει νὰ ἀκούει τὸν στεναγμό τους. Ὁ στεναγμὸς αὐτὸς στὰ διηγήματά του δὲν μένει ἀπαρηγόρητος.

giovedì 28 aprile 2016

Pasolini, «Il Vangelo secondo Matteo», (1964)

Το 1964, στα χρόνια της σημαντικής για την Καθολική Εκκλησία και για την Ιταλία Β' Συνόδου του Βατικανού, ο Ιταλός σκηνοθέτης και λογοτέχνης Pier Paolo Pasolini γυρίζει, σε διάφορες τοποθεσίες της ιταλικής υπαίθρου και χρησιμοποιώντας μη επαγγελματίες ηθοποιούς, το «Κατά Ματθαίον Ευαγγέλιο».
Στην ταινία αυτή, σύμφωνα με την εγκυκλοπαίδεια Treccani, «το αρμονικό πάντρεμα του κινηματογράφου με τη λογοτεχνία, τη ζωγραφική και τη μουσική αποτέλεσε το έναυσμα για τον αποκαλούμενο "ποιητικό κινηματογράφο"».
Πρόκειται για μια ταινία «πιστή στην αφήγηση, αλλά όχι στο πνεύμα του Ευαγγελίου», σύμφωνα με την επίσημη εφημερίδα του Βατικανού της εποχής [αναδημοσίευση από τον L'Osservatore Romano]. Πενήντα χρόνια μετά, η ίδια εφημερίδα, μαζί με άλλα επαινετικά λόγια, χαρακτήρισε το έργο του Παζολίνι ως «ένα αριστούργημα και πιθανότατα την καλύτερη ταινία για τον Ιησού που γυρίστηκε ποτέ» [αναδημοσίευση στις εφημερίδες L'Avvenire (επίσημο όργανο της Συνόδου των Ιταλών Επισκόπων), Il Messaggero di Roma και La Repubblica].


Ολόκληρη η ταινία με ελληνικούς υπότιτλους εδώ.

domenica 10 aprile 2016

Elena ha litigato con il suo ragazzo...

Giannis Koutoulogenis, studente d'italiano di livello elementare (A1), continua il racconto a p. 89 del Nuovo Progetto italiano 1 - [con le osservazioni dell'insegnate].

Cosa è successo a Elena?

Dopo il litigio fra Elena e Franco, lei ha deciso di andare a cena con il migliore amico di lui, Pietro, per vendicarsi. La madre di Elena voleva aiutare sua figlia e dunque ha telefonato a Franco per chiedere la sua comprensione. Allo stesso tempo, [gli] ha detto a lui tutto dell’imminente vendetta. Franco, appena ha saputo che cosa farà [avrebbe fatto] Elena, ha deciso di andare al ristorante dove ceneranno [avrebbero cenato] loro due
Elena si è preparata e senza secondi pensieri [esitare] ha deciso di completare la sua punizione. È arrivata al ristorante dove la aspettava Pietro. Dopo l’ordinazione, lei [gli] voleva confessare a lui, che la vera causa di quella cena era il desiderio di vendetta, ma prima di dire qualcosa è arrivato Franco!
Anche se sembrava arrabbiato, ha detto solo che chiede scusa a Elena per quella cena con Carla e ha confessato tutta la verità: che Carla, infatti, è innamorata di Pietro! Infine, dopo questi eventi, Elena e Franco si sono conciliati e si sono continuati [hanno continuato] a essere insieme!


domenica 21 febbraio 2016

«Il porto sepolto» di Ungaretti


Από τα ποιήματα του Giuseppe Ungaretti (1888-1970), που επέλεξε και μετέφρασε στα ελληνικά ο Φοίβος Πιομπίνος, και κυκλοφορήθηκαν από τον Ίκαρο, σε δίγλωσση έκδοση και με σημειώσεις του ίδιου του ποιητή, το 2001.



«La camera in attesa» di Pirandello


Το διήγημα του Luigi Pirandello (1867-1936) «La camera in attesa» [«Δωμάτιο σε αναμονή»] δημοσιεύθηκε για πρώτη φορά το 1916 και αργότερα συμπεριλήφθηκε στη συλλογή διηγημάτων «Novelle per un anno» [«Διηγήματα για ένα χρόνο»].
Το βρήκα εδώ (βλ. επίσης εδώ κι εδώ) και το αναδημοσιεύω ενσωματώνοντας τρία ηχητικά αρχεία ανάγνωσης του κειμένου (audiolibro). 
Προϋποθέτει έμπειρο γνώστη της ιταλικής (livello avanzato), που κατέχει, όσον αφορά στη γραμματική, τον αόριστο (passato remoto) και την υποτακτική (congiuntivo). Όσον αφορά στο λεξιλόγιο, το πρώτο μέρος του διηγήματος (οι πρώτες δέκα περίπου παράγραφοι), όπου περιγράφεται το δωμάτιο, είναι αρκετά απαιτητικό, λόγω της συχνής χρήσης επιθέτων, ενώ το υπόλοιπο κείμενο δεν περιλαμβάνει πολλές δύσκολες λέξεις. 
ΠΓ
  
* * *


Si dà pur luce ogni mattino a questa camera, quando una delle tre sorelle a turno viene a ripulirla senza guardarsi attorno. L’ombra, tuttavia, appena le persiane e le vetrate della finestra sono richiuse e raccostati gli scuri, si fa subito cruda, come in un sotterraneo; e subito, come se quella finestra non sia stata aperta da anni, il crudo di quest’ombra s’avverte, diventa quasi l’alito sensibile del silenzio sospeso vano sui mobili e gli oggetti, I quali, a lor volta, par che rimangano sgomenti, ogni giorno, della cura con cui sono stati spolverati, ripuliti e rimessi in ordine.
Il calendario a muro presso la finestra è certo che rimane col senso dello strappo d’un altro fogliolino, come se gli paja una inutile crudeltà che gli si faccia segnar la data in quell’ombra vana e in quel silenzio. E il vecchio orologio di bronzo, in forma d’anfora, sul piano di marmot del cassettone, pare che avverta la violenza che gli fanno costringendolo a staccare ancora là dentro il suo cupo tic-tac.
Sul tavolino da notte, però, la boccetta dell’acqua, di cristallo verde dorato, panciuta, incappellata del suo lungo bicchiere capovolto, pigliando di tra gli scuri accostati della finestra dirimpetto un filo di luce, sembra ridere di tutto quello sgomento diffuso nella camera.
C’è, in realtà, alcunché di vivo e d’arguto su quel tavolino da notte.
Il riso della boccetta dell’acqua viene sí senza dubbio dal filo di luce, ma forse perché con questo filo di luce quella boccetta panciuta può scorgere su la lucida lastra di bardiglio le smorfie delle due figurine d’una scatola di fiammiferi posata lí da quattordici mesi ormai, perché sia pronta a un bisogno ad accendere la candela, anch’essa da quattordici mesi confitta nella bugia di ferro smaltato, in forma di trifoglio, col manichetto e il bocciuolo d’ottone.
Nell’attesa della fiamma che deve consumarla, s’è ingiallita quella candela sul trifoglio della bugia, come una vergine matura. E c’è da scommettere che le due figurine monellescamente smorfiose della scatola di fiammiferi la paragonino alle tre sorelle stagionate che vengono un giorno per una a ripulire e a rimettere in ordine la camera.
Via, benché intatta ancora, povera vergine candela, dovrebbero cambiarla le tre sorelle, se non proprio ogni giorno come fanno per l’acqua della boccetta (che anche perciò è cosí viva e pronta a ridere a ogni filo di luce), almeno a ogni quindici giorni, a ogni mese, via! per non vederla cosí gialla, per non vedere in quel giallore i quattordici mesi che sono passati senza che nessuno sia venuto ad accenderla, la sera, su quel tavolino da notte.
È veramente una dimenticanza deplorevole, perché non solo l’acqua della boccetta, ma cambiano tutto quelle tre sorelle: ogni quindici giorni le lenzuola e le foderette del letto, rifatto con amorosa diligenza ogni mattina come se davvero qualcuno vi abbia dormito; due volte la settimana, la camicia da notte, che ogni sera, dopo rimboccate le coperte, vien tratta dal sacchetto di raso appeso col nastrino azzurro alla testata della lettiera bianca, e distesa sul letto con la falda di dietro debitamente rialzata. E han cambiato, oh Dio, finanche le pantofole davanti la poltroncina a piè del letto. Sicuro: le vecchie buttate via, dentro il comodino, e al loro posto, lí su lo scendiletto, un pajo di nuove, di velluto, ricamate dall’ultima delle tre. E il calendario? Quello lí, presso la finestra, è già il secondo. L’altro, dell’anno scorso, s’è sentito strappare a uno a uno tutti i giorni dei dodici mesi, uno ogni mattina, con inesorabile puntualità. E non c’è pericolo che la maggiore delle tre sorelle, ogni sabato alle quattro del pomeriggio, si dimentichi d’entrare nella camera per ridar la corda a quel vecchio orologio di bronzo sul cassettone, che con tanto risentimento rompe il silenzio ticchettando e muove le due lancette sul quadrante piano piano, che non si veda, come se voglia dire che non lo fa apposta, lui, per suo piacere, ma perché forzato dalla corda che gli dànno.
Le due figurine smorfiose della scatola evidentemente non vedono, come possono vederlo il vecchio orologio di bronzo col bianco occhio tondo del quadrante e il calendario dall’alto della parete col numero rosso che segna la data, il lugubre effetto di quella camicia da note stesa lí sul letto e di quelle due pantofole nuove in attesa su lo scendiletto davanti la poltroncina.
Quanto alla candela confitta lí sul trifoglio della bugia, oh essa è cosí diritta e assorta nella sua gialla rigidità, che non si cura del dileggio di quelle due figurine smorfiose e del riso della panciuta boccetta, sapendo bene che cosa sta ad attendere lí, ancora intatta, cosí ingiallita.
Che cosa?

Il fatto è che da quattordici mesi quelle tre sorelle e la loro madre inferma credono di potere e di dovere aspettare cosí il probabile, probabile, ritorno del fratello e figliuolo Cesarino, sottotenente di complemento nel 25o fanteria, partito (ormai son piú di due anni) per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Da quattordici mesi, è vero, non hanno piú notizia di lui. C’è di piú. Dopo tante ricerche angosciose, suppliche e istanze, è arrivata alla fine dal Comando della Colonia la comunicazione ufficiale che il sottotenente Mochi Cesare, dopo un combattimento coi ribelli, non trovandosi né tra i morti né tra i feriti né tra i prigionieri, di cui si è riuscito ad aver notizia certa, deve ritenersi disperso, anzi scomparso senz’alcuna traccia.
Il caso ha destato in principio molta pietà in tutti i vicini e conoscenti di quella mamma e di quelle tre sorelle. A poco a poco però la pietà s’è raffreddata ed è cominciata invece una certa irritazione, in qualcuno anche una vera indignazione per questa che pare “una commedia”, della camera cioè tenuta cosí puntualmente in ordine, finanche con la camicia da notte stesa sul letto rimboccato; quasi che con questa “commedia” quelle quattro donne vogliano negare il tributo di lagrime a quel povero giovine e risparmiare a se stesse il dolore di piangerlo morto.
Troppo presto han dimenticato vicini e conoscenti che essi, proprio essi, all’arrivo della comunicazione del Comando della Colonia, quando quella madre e quelle tre sorelle s’eran pur messe a piangere morto il loro caro levando grida strazianti, le han persuase a lungo e con tanti argomenti uno piú efficace dell’altro a non disperarsi cosí. Perché piangerlo morto – hanno detto – se chiaramente in quella comunicazione s’annunziava che l’ufficiale Mochi tra i morti non s’era trovato? Era disperso; poteva ritornare da un momento all’altro: ma anche dopo un anno, chi sa! Nell’Africa, ramingo, nascosto… E sono stati pur essi a sconsigliare e quasi impedire che quella madre e quelle tre sorelle si vestissero di nero, come volevano anche nell’incertezza. — No, di nero — hanno detto; perché quel malaugurio? E alla prima speranza di quelle poverine che s’esprimeva ancora in forma di dubbio: «Chi sa… sí, forse è vivo», si sono affrettati a rispondere:
— Ma sarà vivo sí! È vivo certamente!
Ebbene, non è naturale adesso che, mancando davvero ogni fondamento di certezza alla supposizione che il loro caro sia morto, e accolta invece, come tutti hanno voluto, l’illusione che sia vivo, quella povera mamma inferma, quelle tre sorelle diano quanto piú possono consistenza di realtà a questa illusione? Ma sí, appunto, lasciando la camera in attesa, rifacendola con cura minuziosa, traendo ogni sera dal sacchetto la camicia da notte e stendendola su le coperte rimboccate. Perché, se si son lasciate persuadere a non piangerlo morto, a non disperarsi della sua morte, devono per forza far vedere a lui, vivo per loro, a lui che veramente può sopravvenire da un momento all’altro, che ecco, tanto esse ne sono state certe, che gli hanno finanche preparato ogni sera la camicia da notte lí sul letto, sul suo lettino rifatto ogni mattina, come se egli davvero la notte vi abbia dormito. Ed ecco là le nuove pantofole che Margheritina, aspettando, non si è contentata soltanto di ricamare, ma ha voluto anche far mettere sú da un calzolajo, perché egli appena tornato le trovi pronte al posto delle vecchie.
Scusate tanto:
— O che non son forse morti il vostro figliuolo, la vostra figliuola, quando sono partiti per gli studii nella grande città lontana? Ah, voi fate gli scongiuri? mi date sulla voce, gridando che non sono morti nient’affatto? che saran di ritorno a fin d’anno e che intanto ricevete puntualmente loro notizie due volte la settimana?
Calmatevi, sí, via, lo credo bene. Ma come va che, passato l’anno, quando il vostro figliuolo o la vostra figliuola ritornano con un anno di piú dalla grande città, voi restate stupiti, storditi davanti a loro; e voi, proprio voi, con le mani aperte come a parare un dubbio che vi sgomenta, esclamate:
— Oh Dio, ma sei proprio tu? Oh Dio, come s’è fatta un’altra!
Non solo nell’anima, un’altra, cioè nel modo di pensare e di sentire; ma anche nel suono della voce, anche nel corpo un’altra, nel modo di gestire, di muoversi, di guardare, di sorridere…
E, con smarrimento, vi domandate:
— Ma come? erano proprio cosí i suoi occhi? Avrei potuto giurare che il suo nasino, quand’è partita, era un pochino all’insú… La verità è che voi non riconoscete nel vostro figliuolo o nella vostra figliuola, ritornati dopo un anno, quella stessa realtà che davate loro prima che partissero. Non c’è piú, è morta quella realtà. Eppure voi non vi vestite di nero per questa morte e non piangete… ovvero sí, ne piangete, se vi fa dolore quest’altro che vi è ritornato invece del vostro figliuolo, quest’altro che voi non potete, non sapete piú riconoscere.
Il vostro figliuolo, quello che voi conoscevate prima che partisse, è morto, credetelo, è morto. Solo l’esserci d’un corpo (e pur esso tanto cambiato!) vi fa dire di no. Ma lo avvertite bene, voi, ch’era un altro, quello partito un anno fa, che non è piú ritornato.
Ebbene, precisamente come non ritorna piú alla sua mamma e alle sue tre sorelle questo Cesarino Mochi partito da due anni per la Tripolitania e colà distaccato nel Fezzan.
Voi lo sapete bene, ora, che la realtà non dipende dall’esserci o dal non esserci d’un corpo. Può esserci il corpo, ed esser morto per la realtà che voi gli davate. Quel che fa la vita, dunque, è la realtà che voi le date. E dunque realmente può bastare alla mamma e alle tre sorelle di Cesarino Mochi la vita ch’egli seguita ad avere per esse, qua nella realtà degli atti che compiono per lui, in questa camera che lo attende in ordine, pronta ad accoglierlo tal quale egli era prima che partisse.
Ah, non c’è pericolo per quella mamma e per quelle tre sorelle ch’egli ritorni un altro, com’è avvenuto per il vostro figliuolo a fin d’anno. La realtà di Cesarino è inalterabile qua nella sua camera e nel cuore e nella mente di quella mamma e di quelle tre sorelle, che per sé, fuori di questa, non ne hanno altra.

— Tittí, quanti ne abbiamo del mese? — domanda dal seggiolone la mamma inferma all’ultima delle tre figliuole.
— Quindici, — risponde Margherita, alzando il capo dal libro; ma non ne è ben certa e domanda a sua volta alle due sorelle: — Quindici, è vero?
— Quindici, sí, — conferma Nanda, la maggiore, dal telajo.
— Quindici, — ripete Flavia che cuce.
Su la fronte di tutt’e tre s’incide, per quella domanda della madre a cui hanno risposto, la stessa ruga.
Nella quiete della vasta sala da pranzo luminosa, velata da candide tendine di mussolo, è entrato un pensiero, che di solito, non per istudio, ma istintivamente è tenuto lontano dalle quattro donne: il pensiero del tempo che passa.
Le tre sorelle hanno indovinato il perché di questo pensiero pauroso nella mente della madre inferma, abbandonata sul seggiolone; e perciò han corrugato la fronte.
Non è già per Cesarino.
C’è un’altra, c’è un’altra – non qua, nella casa, ma che della casa, forse domani, chi sa! potrebbe essere la regina – Claretta, la fidanzata del fratello – c’è lei, sí, purtroppo, che fa pensare al tempo che passa.
La mamma, domandando a quanti si è del mese, ha voluto contare i giorni che son passati dall’ultima visita di Claretta.
Veniva prima ogni giorno la cara bambina (bambina veramente, Claretta, per quelle tre sorelle anziane) quasi ogni giorno, con la speranza che fosse arrivata la notizia; perché era certa, piú certa di tutte, lei, che la notizia sarebbe presto arrivata. E allora entrava festosa nella camera del fidanzato e vi lasciava sempre qualche fiore e una lettera. Sí, perché seguitava a scrivere lei, come al solito, ogni sera, a Cesarino. Le lettere, invece di spedirle, ecco, veniva a lasciarle qua perché le trovasse, Cesarino, subito appena arrivato.
Il fiore avvizziva, la lettera restava.
Pensava forse Claretta, nel trovare sotto il fiore vizzo la lettera del giorno precedente, che anche il profumo di questa era svanito senz’avere inebriato nessuno? La riponeva nel cassetto della piccola scrivania presso la finestra, e al suo pasto lasciava la nuova e sopra vi posava un fiore nuovo.
Durò a lungo, per mesi e mesi, questa cura gentile. Ma un giorno la piccina venne, con piú fiori, sí, ma senza lettera. Disse che aveva scritto la sera precedente, oh anche piú a lungo del solito, e che ogni sera avrebbe seguitato a scrivere, ma in un taccuino, perché la mamma le aveva fatto notare ch’era un inutile sciupío di carta da lettere e di buste.
Veramente era cosí: ciò che importava era il pensiero di scrivere ogni giorno; che poi scrivesse in carta da lettere o nel taccuino, era lo stesso.
Se non che, con quella lettera cominciò anche a mancare la visita giornaliera di Claretta. Dapprima tre volte, poi due, poi prese a venire una sola volta per settimana. Poi, con la scusa del lutto per la morte della nonna materna, stette piú di quindici giorni senza venire. E alla fine, – quando non spontaneamente, ma condotta dalle sorelle – rientrò per la prima volta, vestita di nero, nella camera di Cesarino, avvenne una scena inattesa, che per poco non fece scoppiare d’angoscia il cuore di quelle tre poverine. Tutt’a un tratto, cosí vestita di nero, appena entrata, si rovesciò sul lettino bianco di Cesarino, rompendo in un pianto disperato.
Perché? che c’entrava? Rimase stordita, come smarrita, dopo, di fronte allo stupore angoscioso, al tremore di quelle tre sorelle pallide, livide; disse che non sapeva lei stessa come era stato, come le era avvenuto… Si scusò; ne incolpò il suo abito nero, il dolore per la morte della nonna… Riprese, a ogni modo, a venire una volta la settimana.
Ma le tre sorelle provavano ora un certo ritegno a condurla nella camera in attesa; ed ella né c’entrava da sé, né chiedeva alle tre sorelle che ve la conducessero. E di Cesarino quasi non parlavano piú.
Tre mesi fa, venne di nuovo vestita di abiti gaj, primaverili, risbocciata come un fiore, tutta accesa e vivace come da gran tempo le tre sorelle e la loro povera mamma non l’avevano piú veduta. Recò tanti, tanti fiori e volle lei stessa con le sue mani portarli nella camera di Cesarino e distribuirli in vasetti su la piccola scrivania, sul tavolino da notte, sul cassettone. Disse che aveva fatto un bel sogno.
Rimasero con l’affanno, oppresse e quasi sgomente di quella vivacità esuberante, di quella rinata gajezza della bambina, le tre sorelle sempre piú pallide e piú livide. Sentirono, appena cessato il primo stordimento, come l’urto d’una violenza crudele, l’urto della vita che rifioriva prepotente in quella bambina e che non poteva piú esser contenuta nel silenzio di quell’attesa, a cui esse con le religiose cure delle loro mani gracili e fredde davano ancora e tenacemente volevano dar sempre una larva di vita, tanta che bastasse a loro. E non fecero nessuna opposizione, quando Claretta, facendosi rossa rossa, disse che le era nata una grande curiosità di sapere che cosa aveva scritto a Cesarino nelle sue prime lettere di piú d’un anno fa, chiuse nel cassetto della scrivania.
Piú di cento dovevano essere quelle lettere, centoventidue o centoventitré. Le voleva rileggere; le avrebbe poi conservate lei, per Cesarino, insieme coi taccuini. E a dieci per volta se l’era tutte riportate a casa. Da allora le visite si sono diradate. La vecchia mamma inferma, guardando fiso il bracciolo del seggiolone, conta i giorni che son passati dall’ultima visita; ed è curioso, che tanto per lei, quanto per le tre figliuole con la fronte corrugata, questi giorni s’assommino e si facciano troppi, mentre per Cesarino che non torna, il tempo non passa mai; è come se fosse partito jeri, Cesarino, anzi come se non fosse partito affatto, ma fosse solo uscito di casa e dovesse rientrare da un momento all’altro, per sedersi a tavola con loro e poi andare a dormire nel suo lettino lí pronto.

Il crollo è dato alla povera mamma dalla notizia che Claretta s’è rifatta sposa. Era da attendersela, questa notizia, poiché già da due mesi, Claretta non si faceva piú vedere. Ma le tre sorelle, meno vecchie e perciò meno deboli della mamma, s’ostinano a dire di no, che questo tradimento non se l’aspettavano. Vogliono a ogni costo resistere al crollo, esse, e dicono che Claretta s’è fatta sposa con un altro, non perché Cesarino sia morto ed ella non abbia perciò veramente nessuna ragione piú d’aspettarne ancora il ritorno, ma perché dopo sedici mesi s’è stancata d’aspettarlo. Dicono che la loro mamma muore, non perché il nuovo fidanzamento di Claretta le abbia fatto crollare l’illusione sempre piú fievole del ritorno del suo figliuolo, ma per la pena che il suo Cesarino sentirà, al suo ritorno, di questo crudele tradimento di Claretta.
E la mamma, dal letto, dice di sí, che muore di questa pena; ma negli occhi ha come un riso di luce.
Le tre figliuole glieli guardano, quegli occhi, con invidia accorata. Ella, tra poco, andrà a vedere di là se lui c’è; si leverà da quest’ansia della lunghissima attesa; avrà la certezza, lei; ma non potrà tornare per darne l’annunzio a loro.
Vorrebbe dire, la mamma, che non c’è bisogno di questo annunzio, perché è già certa lei che lo troverà di là, il suo Cesarino; ma no, non lo dice; sente una grande pietà per le sue tre povere figliuole che restano sole qua e hanno tanto bisogno di pensare e di credere che Cesarino sia ancora vivo, per loro, e che un giorno o l’altro debba ritornare; ed ecco, vela dolcemente la luce degli occhi e fino all’ultimo, fino all’ultimo vuol rimanere attaccata all’illusione delle tre figliuole, perché anche dal suo ultimo respiro quest’illusione tragga alito e seguiti a vivere per loro. Con l’estremo filo di voce sospira:
— Glielo direte che l’ho tanto aspettato…

Nella notte i quattro ceri funebri ardono ai quattro angoli del letto, e di tratto in tratto hanno un lieve scoppiettío che fa vacillare appena la lunga fiamma gialla. Tanto è il silenzio della casa, che gli scoppiettii di quei ceri, per quanto lievi, arrivano di là alla camera in attesa, e quella candela ingiallita, da sedici mesi confitta sul trifoglio della bugia, quella candela derisa dalle due figurine smorfiose della scatola di fiammiferi, ad ogni scoppiettío pare che abbia un sussulto da cui possa trar fiamma anche lei, per vegliare un altro morto qui, sul letto intatto.
È per quella candela una rivincita. Difatti, quella sera, non è stata cambiata l’acqua della boccetta, né tratto dal sacchetto e stesa sulle coperte rimboccate la camicia da notte. E segna la data di jeri il calendario a muro.
S’è arrestata d’un giorno, e pare per sempre, nella camera, quell’illusione di vita.
Solo il vecchio orologio di bronzo sul cassettone séguita cupo e piú sgomento che mai a parlare del tempo in quella buja attesa senza fine.