giovedì 10 agosto 2017

Innamoratevi!

Il monologo di Roberto Benigni sulla poesia, tratto dal suo film del 2005 «La tigre e la neve».
L’attore e regista italiano interpreta il ruolo di Attilio, un professore di lettere, che in questa scena parla alla sua classe della poesia.


Su su... svelti eh, svelti, veloci... Piano, con calma. Non v’affrettate, eh.
Poi non scrivete subito poesie d'amore, eh! Che sono le più difficili; aspettate almeno almeno un’ottantina d’anni, eh…
Scrivetele su un altro argomento, che ne so, su... su... il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco; che non esiste una cosa più poetica di un'altra, eh? Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro!
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto.
Dilapidate la gioia! Sperperate l’allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità!
E come si fa? Fammi vedere gli appunti che mi son scordato! Questo è quello che dovete fare! Non son riuscito a leggerli! Ora mi son dimenticato!
Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh?
E se non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto! Avete capito?
E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, be’... buttatevi in terra! Mettetevi così! Eccolo qua... Oh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima!?
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono! Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola... “muro” - “muro”! - non ti dà retta... non usatela più per otto anni, così impara! «Che è questo? Boh! Non lo so!» Questa è la bellezza! Come quei versi là, che voglio che rimangano scritti lì per sempre!...Forza, cancellate tutto.

sabato 7 gennaio 2017

Giuseppe Patota per Tullio De Mauro

Μετέφρασα και αναδημοσιεύω το μήνυμα που δημοσίευσε προχθές ο καθηγητής Τζουζέπε Πατότα προς τιμήν του Τούλλιο Ντε Μάουρο που απεβίωσε στη Ρώμη.


Ho tradotto e ripublico il messaggio che ha pubblicato laltro ieri il professore Giuseppe Patota in onore di Tullio De Mauro che è deceduto a Roma.


 



ΕΛΑΧΙΣΤΗ, ΣΤΟΡΓΙΚΗ ΑΝΑΜΝΗΣΗ ΤΟΥ ΤΟΥΛΛΙΟ ΝΤΕ ΜΑΟΥΡΟ
Η Γλωσσική ιστορία της ενωμένης Ιταλίας του Τούλλιο Ντε Μάουρο έχει αλλάξει, στους πιο δραστήριους, λιγότερο συντηρητικούς και λιγότερο παραιτημένους γλωσσολόγους και καθηγητές, τον τρόπο να βλέπουν την ιταλική γλώσσα, την ιστορία της και τη διδασκαλία της. Για πολλούς από εμάς υπήρξε κάτι το πραγματικά «κεραυνοβόλο». Με εκείνο το βιβλίο ο Ντε Μάουρο δίδαξε και συνεχίζει να διδάσκει όλους (και κυρίως τους ιστορικούς της ιταλικής γλώσσας) ότι η γλωσσική ιστορία ενός έθνους είναι στενά και άρρηκτα συνδεδεμένη με τις οικονομικές, κοινωνικές, πολιτικές και πολιτισμικές εξελίξεις, και ότι είναι αδύνατο να την ανασυνθέσεις αγνοώντας τες. Το έργο αυτό, εκτός από τις βασικές πτυχές της εσωτερικής ιστορίας της ιταλικής γλώσσας, διατρέχει και την εξωτερική ιστορία της, με την υποστήριξη πολλών πινάκων γεμάτων με στοιχεία που απεικονίζουν τις δημογραφικές και μεταναστευτικές κινήσεις, το φαινόμενο της αστικοποίησης, τα επίπεδα αλφαβητισμού και άλλα. Το ποσοστό ζητημάτων που έθεσε πριν από πενήντα χρόνια η Ιστορία του Ντε Μάουρο είναι εντυπωσιακό. Δοκιμάζω, με τη βοήθεια του Μαντσίνι (2013: 81), να θυμίσω μερικά: «η γλωσσική εκπαίδευση, οι λεξικογραφικές αναλύσεις επί ποσοτικής βάσης, η μελέτη των διαδικασιών εξιταλισμού των διαλέκτων, οι αντανακλάσεις της μετανάστευσης, η ανάλυση των εξειδικευμένων λεξιλογίων της γραφειοκρατίας», η επιρροή της λογοτεχνίας, του τύπου, της τηλεόρασης και του κινηματογράφου στα γλωσσικά φαινόμενα. Εν ολίγοις, η Γλωσσική ιστορία της ενωμένης Ιταλίας είναι ένα είδος περιληπτικής προεπισκόπησης της εργασίας που η γενική γλωσσολογία, η εφαρμοσμένη γλωσσολογία, η κοινωνιογλωσσολογία και η ιστορική γλωσσολογία της ιταλικής γλώσσας θα παράγουν στην και για την χώρα μας στα χρόνια που θα ακολουθούσαν. Ειδικότερα, το έργο έστρεψε στην προσοχή των αναγνωστών του στο ζήτημα της ευθύνης του σχολείου για την αποτυχημένη νίκη επί του αναλφαβητισμού, στη διαιώνιση του φαινομένου της πρόωρης σχολικής εγκατάλειψης και στην υιοθέτηση παρωχημένων γλωσσικών και εκπαιδευτικών μοντέλων - θέμα που επιβλήθηκε επίσης χάρις στο πολιτικό πάθος με με το οποίο ο Ντε Μάουρο, αφού το πρότεινε στην Ιστορία του, το επανέφερε σε πάμπολλες δημόσιες ομιλίες του.
ΤΖΟΥΖΕΠΕ (ΤΖΕΠΙ) ΠΑΤΟΤΑ





La Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro ha cambiato, nei linguisti e negli insegnanti più motivati, meno conservatori e meno rassegnati, il modo di guardare all’italiano, alla sua storia e al suo insegnamento. Per molti di noi è stata una vera «folgorazione» (Marazzini, 2005: 147; Mancini, 2013: 75). Con quel libro, De Mauro ha insegnato e continua a insegnare a tutti (e soprattutto agli storici dell’italiano) che la storia linguistica di una nazione è intimamente e inestricabilmente connessa con le sue vicende economiche, sociali, politiche e culturali, e che è impossibile ricostruirla prescindendo da queste (Asor Rosa, 2003: 8-9; Alberto Varvaro, in Lo Piparo, Ruffino, 2005: 322-323). L’opera, accanto agli aspetti essenziali della storia interna dell’italiano, ne ricostruisce anche la storia esterna, col supporto di moltissime tabelle piene di dati che illustrano movimenti demografici e migratori, fenomeni di urbanizzazione, livelli di alfabetizzazione e altro. La quantità di tematiche aperte cinquant’anni fa dalla Storia di De Mauro è impressionante. Provo, con Mancini (2013: 81), a ricordarne alcune: «l’educazione linguistica, le analisi lessicografiche su base quantitativa, lo studio dei processi di italianizzazione dei dialetti, i riflessi dell’emigrazione, l’analisi delle lingue settoriali della burocrazia», l’influsso della letteratura, della stampa, della televisione e del cinema sui fatti linguistici. Insomma, la Storia linguistica dell’Italia unita è una specie di sommario in anteprima dei lavori che la linguistica generale, la linguistica applicata, la sociolinguistica e la linguistica storica italiane avrebbero prodotto nel e per il nostro Paese negli anni a venire. In particolare, l’opera impose all’attenzione dei suoi lettori il tema della responsabilità della scuola nella mancata sconfitta dell’analfabetismo, nel protrarsi del fenomeno degli abbandoni scolastici e nell’adozione di modelli linguistici e didattici superati; tema che s’impose anche per la passione civile con cui De Mauro, dopo averlo proposto nella Storia, lo ripropose in innumerevoli interventi pubblici.
GEPPI PATOTA


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
ΒΙΒΛΙΟΓΡΑΦΙΚΕΣ ΑΝΑΦΟΡΕΣ
  • Asor Rosa, 2003 = Alberto A. R., Una riflessione notturna, in Tullio De Mauro. Una storia linguistica, Roma-Bari, Laterza, pp. 7-9. 
  • Lo Piparo, Ruffino, 2005 = Franco L. P., Giovanni R. (a cura di), Gli italiani e la lingua, Palermo, Sellerio.
  • Mancini, 2013 = Marco M., La Storia linguistica dell’Italia unita e la sociolinguistica storica, in Federico Albano Leoni, Stefano Gensini, Emanuela Piemontese (a cura di), Tra linguistica e filosofia del linguaggio. La lezione di Tullio De Mauro, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 74-102.  
  • Marazzini, 2005 = Claudio M., Che cosa gli storici della lingua italiana devono alla «Storia linguistica dell’Italia unita» di Tullio De Mauro, in Lo Piparo, Ruffino 2005, pp. 147-154.

venerdì 6 gennaio 2017

Tullio De Mario (1932-2017)

ΧΘες, Πέμπτη 5 Ιανουαρίου 2017, απεβίωσε στη Ρώμη, σε ηλικία 85 ετών, ο αναγνωρισμένος γλωσσολόγος Τούλλιο Nτε Μάουρο.
Ieri, giovedì 5 gennaio 2017, è deceduto a Roma, all'età di 84 anni, il celebre linguista Tullio De Μauro.


Ο Ντε Μάουρο δίδαξε στο Πανεπιστήμιο Λα Σαπιέντσα της Ρώμης και διετέλεσε Υπουργός Παιδείας τη διετία 2000-2001. Ανάμεσα στο σημαντικό επιστημονικό έργο του ξεχωρίζουν (στα ιταλικά) η Γλωσσική ιστορία της ενωμένης Ιταλίας και το Λεξικό της ιταλικής γλώσσας.
De Mauro ha insegnato all'università La Sapienza di Roma ed è stato Ministro della pubblica istruzione nel biennio 2000-2001. Tra la sua importante opera scientifica spiccano la  Storia linguistica dell’Italia unita (1963) e il Dizionario della lingua italiana (2000).
 

Στα ελληνικά μπορεί να διαβάσει κανείς το ιστορικό έργο του Δέκα θέσεις για μια δημοκρατική γλωσσική εκπαίδευση (1975). Το έχει μεταφράσει και προλογίσει το 2007 η Ντομένικα Μιννίτι-Γκώνια, επίκουρη καθηγήτρια στο Τμήμα Ιταλικής Γλώσσας και Φιλολογίας του Πανεπιστημίου Αθηνών, η οποία μάλιστα εξειδικεύτηκε στην ιταλική γλωσσολογία στο πανεπιστήμιο La Sapienza της Ρώμης πλάι στον Tullio De Mauro. 
In greco si può leggere la sua opera storica Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica (1975). È stata tradotta e presentata nel 2007 da Domenica Μinniti-Gonias, professoressa associata presso la Facoltà di italianistica dell’Università di Atene, la quale è stata specializzata in linguistica italiana all’università La Sapienza di Roma proprio presso Tullio De Mauro.

lunedì 26 dicembre 2016

Luciano Pavarotti e George Michael

Il duetto tra Luciano Pavarotti e George Michael, nella canzone di Elton John e Bernie Taupin (scritta nel 1974), al «Pavarotti & Friends 2000 concert for Cambodia and Tibet».


Riportiamo in seguito i versi italiani con una traduzione in greco.


[...]

È tardi ormai, come farò a salvarmi
Ci proverò, ma tu non cambierai
Che errore è mai, cercare di aiutarti
Ma tu vai, e resto qui, senza me

Είναι πια αργά, πώς να με σώσω
Θα δοκιμάσω, αλλά εσύ δεν θ' αλλάξεις
Πού είναι άραγε το λάθος, να γυρεύω να σε βοηθήσω
Αλλά εσύ φεύγεις, και μένω εδώ, χωρίς εμένα

[...]

I can't find oh, the right romantic line
... non vorrei, ma non resisto più
... δεν θα ήθελα, αλλά δεν αντέχω άλλο

don't discard me just because you think I mean your harm
... io respirerò e d'amore rinascerò
... εγώ θ' ανασαίνω και από αγάπη θα ξαναγεννηθώ

Fa che non sia mai più così
Se quando cerco me
Ritrovo un uomo che non c'è
Continuerò a cercarmi fino a che,
Mi troverò
E ogni giorno sarà come se rinascessi un po'

Κάνε να μην είναι ποτέ πια έτσι
Αν όταν γυρεύω εμένα
Βρίσκω έναν άνθρωπο που δεν υπάρχει
Θα συνεχίσω να με αναζητώ μέχρι
Να βρω τον εαυτό μου
Και κάθε μέρα θα είναι σαν να ξαναγεννιέμαι λίγο

but losing ev'rything is like the sun going down on me
.... un po' ...
... λίγο ...

domenica 25 dicembre 2016

Un racconto di Natale di Alberto Moravia

IL PICCHE NICCHE

Racconti romani di Alberto Moravia
pubblicati nel 1954

Natale, Capodanno, Befana, quando verso il quindici di dicembre comincio a sentire parlare di feste, tremo, come a sentir parlare di debiti da pagare e per i quali non ci sono soldi. Natale, Capodanno, Befana, chissò perché le hanno messe tutte in fila, così vicine, queste feste. Così in fila, non sono feste, ma, per un poveraccio come me, sono un macello. E qui non si dice che uno non vorrebbe festeggiare il Santo Natale, il primo dell’anno, l’Epifania, qui si vuol dire che i commercianti di roba da mangiare si appostano in quelle tre giornate come tanti briganti all’angolo della strada, così che, alle feste, uno ci arriva vestito e ne esce nudo. Forse ai tempi che Berta filava, Natale, Capodanno e Befana erano feste sul serio, modeste ma sincere: ancora non c’erano l’organizzazione, la propaganda, lo sfruttamento. Ma dagli, dagli e dagli, anche i più sciocchi si sono accorti che con le feste si poteva fare la speculazione; e così, adesso la fanno. Feste per i furbi, dunque, che vendono roba da mangiare; non per i poveretti che la comprano. E tante volte ho pensato che per il pasticciere, per il pollarolo, per il macellaio, quelle sono feste davvero, anzi feste doppie: feste perché feste e poi feste perché in quelle feste loro vendono dieci volte tanto quanto nei giorni che non c’è festa. E così, mentre il disgraziato festeggia le feste a mezza bocca, con la borsa vuota e la tavola scarsa, quelli le festeggiano sul serio, con la borsa piena e la tavola traboccante.
Del resto, per farvi capaci che ho detto la verità, guardate la strada dove ho la mia bottega di cartolaio. In fila, uno dopo l’altro, ci sono Tolomei il pizzicagnolo, De Santis il pollarolo, De Angelis che ha il vapoforno, e Crociani che ha la fiaschetteria. Fateci caso, che vedete? Montagne di formaggi e di prosciutti, stragi di polli e gallinacci, sacchi pieni di tortellini, piramidi di fiaschi e di bottiglie, luce e splendore, gente che va e gente che viene, dalla mattina alla sera, senza interruzione, come in un porto di mare, nelle prime quattro botteghe. Nella mia cartolibreria, invece, silenzio, ombra, calma, la polvere sul banco, e, sì e no, qualche ragazzino che viene a comprarsi il quaderno, qualche donna che entra a prendersi la boccetta d’inchiostro per fare i conti della spesa. E io rassomiglio alla mia bottega, vestito di uno zinale nero, magro, affamato, con addosso l’odore della polvere e della carta, sempre acido, sempre pensieroso; e loro, invece, De Angelis, Tolomei, Crociani, De Santis, sono tutto il ritratto dei loro affari che vanno tanto bene, belli, rossi, grassi, con la voce sicura, sempre allegri, sempre strafottenti. Eh, ho sbagliato mestiere; e con la carta stampata o bianca, c’è poco da fare; e ne consumano più loro per involtare pacchi che io per far leggere o scrivere.
Basta, qualche giorno prima di Capodanno, mia moglie, una mattina, mi fa: "Senti, Egisto, che bell’idea... Crociani ha detto che a Capodanno ci riuniamo tutti e cinque noialtri commercianti di questa parte della strada, e facciamo un picche nicche per la fine dell’anno."
"E che cos’è il picche nicche?" domandai.
"Beh, sarebbe il cenone tradizionale."
"Tradizionale?"
"Sì, tradizionale, ma in questo modo: ciascuno porta qualche cosa e così ciascuno offre a tutti e tutti offrono a ciascuno."
"Questo è il picche nicche?"
"Sì, questo è il picche nicche... De Angelis ci metterà i tortellini, Crociani il vino e lo spumante, Tolomei gli antipasti, De Santis i tacchini..."
"E noi?"
"Noialtri dovremmo portare il panettone."
Non dissi nulla. E lei insistette: "Non è una bella idea questo picche nicche?... Allora gli dico che ci stiamo?"
Stavo seduto al banco, scartando un pacco di cartoline d’auguri natalizi. Dissi, finalmente:
"Per me, mi pare che questo picche nicche non sia tanto giusto... De Angelis i tortellini ce li ha a bottega, e così Crociani il vino, Tolomei gli antipasti e De Santis i tacchini... ma io che ci ho? Un corno... il panettone debbo comprarlo."
"Che c’entra?... anche loro, la roba la pagano, mica gli cresce in bottega... che c’entra... lo vedi che sei sempre il solito... vuoi sempre fare il difficile, ragionare, fare il sottile... e poi ti lamenti che le cose non ti vanno bene."
Insomma discutemmo un bel po’ e finalmente io tagliai corto, dicendo: "Va bene, digli che ci sto al loro picche nicche... porteremo il panettone." Lei si raccomandò, allora, che lo portassi bello grosso, per non fare cattiva figura: due chili, almeno. E io promisi il panettone bello e grosso.
L’ultimo dell’anno lo passai, al solito, a vendere cartoline di auguri e figurine di carta per i presepi. Intanto, i miei vicini vendevano gallinacci e polli, tortellini e tagliatelle, cassette di liquori e di vini pregiati, formaggi e prosciutti. Era una bella giornata e io, dal fondo del mio negozietto nero, vedevo, di fuori, passare nel sole le donne cariche di roba. Era proprio una bella giornata, da Capodanno romano, con un cielo turchino, duro, che pareva il cristallo fino fino e tutte le cose che sembravano dipinte su questo cristallo, con i loro colori, A mia moglie, la sera, chiudendo bottega, dissi: "È inutile che mangiamo... tanto la mangiata la facciamo a mezzanotte con il picche nicche... non fosse altro che il panettone che porto io... c’è da mangiare per cento." Ed effettivamente, lo scatolone del panettone era proprio enorme. Però dissi a mia moglie che non se ne occupasse: l’avrei portato io.
Alle dieci e mezzo, entrammo nel portone di Crociani che aveva la casa proprio sopra il negozio. I Crociani credo che ci abitassero da più di cinquanta anni: ci aveva abitato il nonno quando la fiaschetteria non era che un’osteriola dove gli operai andavano a bere il quintino; il padre che l’aveva ingrandita vendendo il vino all’ingrosso; adesso, ci stava Adolfo, il figlio che, oltre al vino, vendeva anche il whisky e gli altri liquori stranieri. Era uno di quegli appartamenti malandati della vecchia Roma, tutto corridoi e stanzette; ma Crociani, un giovanotto con le guance gonfie e gli occhi piccoli, ci guidò con orgoglio nella stanza da pranzo: salute che bellezza. Tutti mobili nuovi, di mogano lucido, con le maniglie di ottone e le zampette sottili di acero bianco. L’ultima volta che l’avevo veduta, quella stanza, era ancora come in passato: con un tavolone andante, le seggiole di paglia, le fotografie alle pareti, e, nel vano della finestra, la macchina da cucire. Tutto questo, adesso, non c’era più: oltre a quei mobili, notai un grande quadro dorato con un tramonto sul mare; una radio enorme che serviva anche da bar; soprammobili di porcellana in forma di donnine nude, pagliaccetti, cagnolini; e, sulla tavola preparata, un servizio di porcellana dei più fini, stampato a fiorami rosa. "L’ho comprata all’Argentina" mi disse Crociani indicando la stanza, "indovina un po’ quanto l’ho pagata." Dissi una cifra e lui me la triplicò, gonfiandosi per la soddisfazione. Intanto arrivava nuova gente; e presto fummo al completo.
Chi c’era? C’era Tolomei, un pezzo di giovanotto coi baffi, che, quando pesa sulla bilancia l’affettato, dice alle serve: "Lascio?"; c’era De Angelis del vapoforno, un ometto piccolo, con la faccia da minchione: ma lui invece è un furbo che da ragazzino andava in giro con la sporta e adesso invece vende tagliatelle a tutto il quartiere; c’era De Santis, il pollarolo, che è rimasto contadino come al tempo che veniva a Roma col panierino delle uova di giornata: con la faccia senza peli, grigia e massiccia come una pagnotta e la parola greve della gente del viterbese. C’erano le mogli loro, tutte infronzolate, ma i figli non c’erano, perché, come disse Crociani offrendo il vermut, questa era una serata tra commercianti, per salutare l’anno che veniva, anno commerciale anzitutto, durante il quale tutti dovevano fare quattrini a palate. Dico la verità, vedendoli seduti a tavola, mi piacevano anche meno di quando li vedevo sulle soglie delle botteghe: durante il commercio, nascondevano la soddisfazione e, magari, anche, si lagnavano; ma adesso che si trattava di far festa i clienti non c’erano, la soddisfazione gli schizzava fuori dai pori.
Ci mettemmo a tavola che erano le undici e attaccammo subito gli antipasti di Tolomei. Qui cominciarono gli scherzi: chi chiedeva a Tolomei se la mortadella era di vero suino, chi gli ricordava la frase: "Lascio?" che lui diceva tanto spesso. Ma erano tutti scherzi con la zampa di velluto, tra gente che se la intendeva e si rassomigliava: se avessi scherzato io, che quegli antipasti me li permettevo di rado, penso che gli avrei lasciato l’unghiata; e perciò preferii mangiare e tacere. Ai tortellini si fece un po’ di silenzio, anche perché il brodo scottava e tutti soffiavano nei cucchiai. Ma qualcuno osservò che questi erano tortellini veramente pieni e non mezzo vuoti come quelli che erano in vendita normalmente, e tutti ci fecero una risata. Stetti zitto anche questa volta e mi presi due scodelle colme di minestra per riscaldarmi la pancia. Vennero, finalmente, due tacchini arrosto grandi come due struzzi; e, anche per la grandezza, tutti si misero in allegria e cominciarono a punzecchiare il pollarolo chiedendogli dove li avesse prenotati quei due fenomeni della natura, se dal noto De Santis che forniva tutta Roma. Ma lui, che era contadino e non capiva lo scherzo rispose che, quei due tacchini, lui li aveva scelti tra cento e li aveva ingrassati con le sue mani, tenendoli in casa.
Anche questa volta non dissi nulla ma scelsi con cura una coscia grande come un monumento, e poi tre fette di ripieno, e poi un altro pezzo quadrato che non so dove l’avessero staccato, ma era buono anche quello. Mangiavo tanto di gusto che qualcuno osservò "Guarda Egisto come divora... eh, non ti succede tutti i giorni di mangiare un tacchino simile, Egisto." Risposi a bocca piena: "Proprio così"; e dentro di me pensai che, per una volta almeno, avevo detto la verità.
Intanto i fiaschi di Crociani circolavano, e tutte quelle facce intorno la tavola lustravano, rosse e brillanti, come una batteria di rame da cucina. Salvo, però, quelle frasi sulla roba da mangiare, nessuno parlava veramente perché, in fondo, non avevano nulla da dirsi. Il solo che ci avesse qualche cosa da dire ero io, appunto perché, al contrario di loro, gli affari mi andavano male, e questo mi faceva riflettere, e la riflessione, se non riempie la pancia, almeno riempie il cervello. Finiti i tacchini, venne un’insalata che nessuno toccò, poi il formaggio e la frutta, e quindi Crociani disse che era mezzanotte e andò in giro per la tavola mostrando la bottiglia di spumante, che, come fece notare, era autentico francese, di quello che lui vendeva tremila lire e più la bottiglia. Sul punto, però, di stappare lo spumante, tutti gridarono: "Egisto, tocca a te, facci vedere il tuo panettone."
Io mi alzai, andai in fondo alla stanza, presi la scatola del panettone, tornai a sedere e lo scartai con solennità. Dissi, tanto per cominciare: "Questo è un panettone proprio speciale... ora vedrete." Aprii la scatola, misi la mano dentro e cominciai la distribuzione: una boccetta d’inchiostro, una penna, un quaderno e un abbecedario per uno, ad ognuno degli uomini; per le donne, come dissi, mi scusavo, non ci avevo pensato. Davanti a questa distribuzione, tutti tacevano sbalorditi; non capivano, anche perché erano intontiti dal vino e dal mangiare.
Finalmente, De Angelis disse: "Ma, Egisto, abbi pazienza, che è sto scherzo? Mica siamo bambini che andiamo a scuola." De Santis, che pareva abbrutito, domandò: "E il panettone dov’è?" Io risposi, alzato in piedi: "Questo è un picche nicche, non è vero? Ciascuno ha portato la roba che ci aveva a bottega, non è vero... e io vi ho portato quello che ci avevo: inchiostro, penna, quaderno, abbecedario."
"Ma che" disse ad un tratto Tolomei, "sei scemo o ci fai?"
"No" risposi, "non sono scemo ma cartolaio... tu hai portato gli antipasti che io sono costretto a comprarti tutto l’anno... io ho portato quello che ci avevo e che tu mai ti sogni di comprare". De Angelis disse, conciliante: "Basta, mettiti a sedere, non facciamoci cattivo sangue." E questa fu la proposta che venne accolta. Saltarono fuori alcuni dolci, le bottiglie furono stappate, e tutti bevvero.
Ma, come notai, al brindisi nessuno volle bere alla mia salute. Allora mi alzai e dissi, il bicchiere in mano: "Visto che non volete bere alla mia salute, il brindisi lo faccio io... Che possiate dunque, durante questo anno, leggere un po’ più, anche se, per caso, doveste vendere un po’ meno." Ci fu un coro di proteste e poi Crociani, che aveva bevuto più degli altri, si inferocì e gridò: "Ma piantala, iettatore... ci porti sfortuna... vendi i libri a chi ti pare ma non venirci a seccare a noi... anzi, guarda, è meglio che te ne vai... tanto, ormai, il cenone l’hai mangiato."
"Allora" risposi "tu non vuoi bere alla salute del commercio dei libri?"
"Ma piantala, buffone, scemo, ignorante, pagliaccio." Ora tutti mi ingiuriavano; io rispondevo per le rime, calmo, sebbene mia moglie mi tirasse per la manica; il più cattivo di tutti era proprio il padrone di casa che insisteva affinché ce ne andassimo.
Insomma, non so come, mi ritrovai in strada, con un gran freddo, e con mia moglie che piangeva e ripeteva: "Lo vedi che hai fatto... ora ci siamo fatti dei nemici e l’anno che verrà sarà peggio di quello che è finito."
Così, discutendo, tra i botti delle lampadine fulminate e i cocci che volavano dalle finestre, ce ne tornammo a casa.

venerdì 2 dicembre 2016

Circa la presunta scomunica di Kazantzakis

«È opinione generale che Nikos Kazantzakis sia stato scomunicato dal Santo Sinodo della Chiesa di Grecia. No. Non c’è stata una scomunica, lo dico e lo scrivo da trent’anni a questa parte».

 


Pàtroklos Stavrou [Πάτροκλος Σταύρου], la voce più autorevole sulla persona e l’opera dell’autore cretese, nell’appendice dell’edizione greca del 2010 de «L’ultima tentazione» (p. 538).


domenica 26 giugno 2016

Italo Svevo, «L'ultima sigaretta»

Dal capitolo 3, intitolato «Il fumo», del romanzo di Italo Svevo «La coscienza di Zeno», pubblicato nel 1923 a Bologna.


La lettura comincia al minuto 07:59


Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette.... che non sono le ultime.

Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato: «Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studi di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!».

Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benchè ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.

Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge. Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio.

M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perchè è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione.

Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che significano oggi quei propositi Come quell'igienista vecchio, descritto dal Goldoni vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?

Una volta, allorchè da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perchè le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perchè essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sè stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perchè accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.

Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore.

Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre. Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio: «Nono giorno del nono mese del 1899». Significativa nevvero? Il secolo nuovo m’apportò delle date ben altrimenti musicali: «Primo giorno del primo mese del 1901». Ancora oggi mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita.

Ma nel calendario non mancano le date e con un po’ d’immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento. Ricordo, perchè mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico, la seguente: «Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24». Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.

L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perchè ogni singola cifra nega la precedente. Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito. Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversarii lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!

Per diminuire l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: «mai più» Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna.

sabato 25 giugno 2016

Antonio Tabucchi, «Sostiene Pereira», cap. XXIV

Il capitolo XXIV del romanzo di Antonio Tabucchi, «Sostiene Pereira», del 1994.


Sostiene Pereira che erano tre uomini vestiti con abiti civili e che erano armati di pistole. Il primo che entrò era un magrolino basso con dei baffetti e un pizzo castano. Polizia politica, disse  il  magrolino  basso  con  l'aria di quello che comandava, dobbiamo perquisire l'appartamento, cerchiamo una persona. Mi faccia vedere il suo tesserino di riconoscimento, si oppose Pereira. Il magrolino basso si rivolse ai suoi due compagni, due tangheri vestiti di scuro, e disse: ehi, ragazzi, avete sentito, che ve ne pare? Uno dei due puntò la pistola contro la bocca di Pereira e sussurrò: ti basta questa come riconoscimento, grassone? Via ragazzi, disse il magrolino basso, non mi trattate così il dottor Pereira, lui è un bravo giornalista, scrive su un giornale di tutto rispetto, magari un po' troppo cattolico, non lo nego, ma allineato sulle buone posizioni. E poi continuò: senta dottor Pereira, non ci faccia perdere tempo, non siamo venuti per fare quattro chiacchiere, e perdere tempo non è il nostro forte, e poi sappiamo che lei non c'entra, lei è una brava persona, semplicemente non ha capito con chi aveva a che fare, lei ha dato fiducia a un tipo sospetto, ma io non voglio metterla nei guai, ci lasci solo fare il nostro lavoro. Io dirigo la pagina culturale del Lisboa, disse Pereira, voglio parlare con qualcuno, voglio telefonare al mio direttore, lui lo sa che siete a casa mia? Via, dottor Pereira, rispose il magrolino basso con voce melliflua, le pare che se facciamo un'azione di polizia avvisiamo prima il suo direttore, ma che discorsi fa? Ma voi non siete la polizia,  si  ostinò  Pereira,  non  vi siete  qualificati,  siete  in  borghese, non avete nessun permesso per entrare in casa mia. Il magrolino basso si rivolse di nuovo ai due tangheri con un sorrisetto e disse: il padrone di casa è ostinato, ragazzi, chissà cosa bisogna fare per convincerlo.  L'uomo che  teneva  la pistola  puntata  contro Pereira gli  dette  un poderoso manrovescio e Pereira barcollò. Dai, Fonseca, non fare così, disse il magrolino basso, non devi maltrattare il dottor Pereira, altrimenti me lo spaventi troppo, lui è un uomo fragile, nonostante la mole, si interessa di cultura, è un intellettuale, il dottor Pereira deve essere convinto con le buone, altrimenti si piscia sotto. Il tanghero che si chiamava Fonseca mollò un  altro manrovescio  a Pereira  e  Pereira  barcollò di nuovo, sostiene. Fonseca,  disse sorridendo il magrolino basso, tu sei troppo manesco, io devo tenerti a bada altrimenti mi rovini il lavoro. Poi si rivolse a Pereira e gli disse: dottor Pereira, come le ho detto non ce l'abbiamo con lei, siamo solo venuti a dare una piccola lezione a un giovanotto che sta in casa sua, una persona che ha bisogno di una piccola lezione perché non conosce quali sono i valori della patria, li ha smarriti, poveretto, e noi siamo venuti per farglieli ritrovare. Pereira si strofinò la guancia e mormorò: qui non c'è nessuno. Il magrolino basso si dette un'occhiata intorno e disse: senta, dottor Pereira, ci faciliti il compito, al giovanotto ospite suo noi dobbiamo solo chiedere delle cose, gli faremo solo un piccolo interrogatorio e faremo in modo che recuperi i valori patriottici, non vogliamo fare di più, siamo venuti per questo. E allora mi faccia telefonare alla polizia, insistette Pereira, che vengano loro e che lo portino in questura, è lì che si fanno gli interrogatori, non in un appartamento. Via, dottor Pereira, disse il magrolino basso con il suo sorrisetto, lei non è affatto comprensivo, il suo appartamento è l'ideale per un interrogatorio privato come il nostro, la sua portiera non c'è; i suoi vicini sono andati a Oporto, la serata è tranquilla e questo palazzo è una delizia, è più discreto di un ufficio di polizia.
Poi fece un cenno al tanghero che aveva chiamato Fonseca e costui spinse Pereira fino in sala  da  pranzo.  Gli  uomini  guardarono intorno  ma  non  videro  nessuno,  solo  la tavola apparecchiata con i resti del cibo. Una cenetta intima, dottor Pereira, disse il magrolino basso, vedo che avete fatto una cenetta intima con le candele e tutto, ma che romantico. Pereira non rispose. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso con l'aria melliflua, lei è vedovo e donne non ne frequenta, come vede so tutto di lei, non è che le piacciono i ragazzi giovani, per caso? Pereira si passò di nuovo la mano sulla guancia e disse: lei è una persona infame, e tutto questo è infame. Via, dottor Pereira, continuò il magrolino basso, ma l'uomo è uomo, lo sa bene anche lei, e se un uomo trova un bei giovanotto biondo con un bel culetto la cosa è comprensibile. E poi, con tono duro e deciso, riprese: dobbiamo metterle a soqquadro la casa o preferisce venire a patti? È di là, rispose Pereira, nello studio o in camera da letto. Il magrolino basso dette degli ordini ai due tangheri. Fonseca, disse, non avere la mano troppo pesante, non voglio problemi, ci basta dargli una lezioncina e sapere quello che vogliamo sapere, e tu, Lima, comportati bene, so che hai portato il manganello e che lo tieni sotto la camicia, ma ricordati che sulla testa non voglio colpi, semmai sulle spalle e sui polmoni, che fanno più  male  e  non  lasciano  tracce.  D'accordo comandante, risposero i due tangheri. Entrarono nello studio e richiusero la porta dietro di loro. Bene, disse il magrolino basso, bene, dottor Pereira, facciamo due chiacchiere mentre i due assistenti fanno il loro lavoro. Io voglio telefonare alla polizia, ripetè Pereira. La polizia, sorrise il magrolino basso, ma la polizia sono io, dottor Pereira, o per lo meno ne sto facendo le veci, perché anche la nostra polizia la notte dorme, sa, la nostra è una polizia che ci protegge tutto il santo giorno, ma la sera va a dormire perché è esausta, con tutti i malfattori che ci sono in giro, con tutte le persone come il suo ospite che hanno perso il senso della patria, ma mi dica, dottor Pereira, perché si è messo in questo pasticcio? Non mi sono messo in nessun pasticcio, rispose Pereira, ho solo assunto un praticante per il Lisboa. Certo, dottor Pereira, certo, disse il magrolino basso, ma lei però doveva prendere prima informazioni, doveva consultare la polizia o il suo direttore, dare le generalità del suo presunto praticante, permette che prenda una ciliegia sotto spirito?
Pereira sostiene che a quel punto si alzò dalla seggiola. Si era messo a sedere perché sentiva il cuore in gola, ma a quel punto si alzò e disse: ho sentito delle grida, voglio andare a vedere cosa succede in camera mia. Il magrolino basso gli puntò la pistola. Al suo posto non lo farei, dottor Pereira, disse, i miei uomini stanno facendo un lavoro delicato e per lei sarebbe sgradevole assistere, lei è un uomo sensibile, dottor Pereira, è un intellettuale, e poi soffre  di  cuore,  certi spettacoli  non  le  fanno  bene.  Voglio telefonare  al  mio  direttore, insistette Pereira, mi lasci telefonare al mio direttore. Il magrolino basso fece un sorriso ironico. Il suo direttore adesso sta dormendo, replicò, magari sta dormendo abbracciato a una bella donna, sa, il suo direttore è un uomo vero, dottor Pereira, un uomo con i coglioni, non è come lei che cerca i culetti dei giovanotti biondi. Pereira si sporse in avanti e gli dette uno schiaffo. Il magrolino basso, di scatto, lo colpì con la pistola e Pereira cominciò a sanguinare dalla bocca. Questo non doveva farlo, dottor Pereira, disse l'uomo, mi hanno detto di aver rispetto per lei, ma tutto ha un limite, se lei è un imbecille che riceve sovversivi in casa non è colpa mia, io potrei piantarle una pallottola in gola e lo farei anche volentieri, non lo faccio solo perché mi hanno detto di usarle rispetto, ma non abusi, dottor Pereira, non abusi, perché potrei perdere la pazienza.
Pereira sostiene che a quel punto udì un altro grido soffocato e che si lanciò contro la porta dello studio. Ma il magrolino basso lo fronteggiò e gli dette una spinta. La spinta fu più forte della mole di Pereira, e Pereira indietreggiò. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso, non mi costringa a usare la pistola, avrei una bella voglia di ficcarle una pallotto la in gola o magari nel cuore, che è il suo punto debole, ma non lo faccio perché qui non vogliamo morti, siamo venuti solo per dare una lezione di patriottismo, e anche a lei un po' di patriottismo farebbe bene, visto che sul suo giornale non pubblica altro che scrittori francesi. Pereira si mise di nuovo a sedere, sostiene, e disse: gli scrittori francesi sono gli unici che hanno del coraggio in un momento come questo. Lasci che le dica che gli scrittori francesi sono delle merde, disse il magrolino basso, andrebbero tutti messi al muro e dopo morti pisciarci sopra. Lei è una persona volgare, disse Pereira. Volgare ma patriottica, rispose l'uomo, non sono come lei, dottor Pereira, che cerca complicità negli scrittori francesi.
In quel momento i due tangheri aprirono la porta. Sembravano nervosi e avevano un'aria affannata. Il giovanotto non voleva parlare, dissero, gli abbiamo dato una lezione, abbiamo usato le maniere forti, forse è meglio filarcela. Avete fatto dei disastri?, chiese il magrolino basso. Non lo so, rispose quello che si chiamava Fonseca, credo che sia meglio andar via. E si precipitò alla porta seguito dal suo compagno. Senta, dottor Pereira, disse il magrolino basso, lei non ci ha mai visti in casa sua, non faccia il furbo, lasci perdere le sue amicizie, tenga presente che questa è stata una visita di cortesia, perché la prossima volta potremmo venire per lei. Pereira chiuse la porta a chiave e li sentì discendere le scale, sostiene. Poi si precipitò in camera da letto e trovò Monteiro Rossi riverso sul tappeto. Pereira gli dette uno schiaffetto e disse: Monteiro Rossi, si faccia forza, è passato tutto. Ma Monteiro Rossi non dette alcun segno di vita. Allora Pereira andò in bagno, inzuppò un asciugamano e glielo passò sul volto. Monteiro Rossi, ripetè, è tutto finito, sono andati via, si svegli. Solo in quel momento si accorse che l'asciugamano era tutto bagnato di sangue e vide che i capelli di Monteiro Rossi erano pieni di sangue. Monteiro Rossi aveva gli occhi spalancati e guardava il soffitto. Pereira gli dette un altro schiaffetto, ma Monteiro Rossi non si mosse. Allora Pereira gli prese il polso, ma nelle vene di Monteiro Rossi la vita non scorreva più. Gli chiuse quegli occhi chiari spalancati e gli coprì il volto con l'asciugamano. Poi gli distese le gambe, per non lasciarlo così rattrappito, gli distese le gambe come devono essere distese le gambe di un morto. E pensò che doveva fare presto, molto presto, ormai non c'era più tanto tempo, sostiene Pereira.